Le filatrici del Destino, il mito di Sisifo e la Ruota della Fortuna


“Rendi cosciente l’inconscio, altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino.”
(Carl Gustav Jung)


Destino. Termine il cui significato racchiude le sorti della vita di ognuno di noi e suono in cui rimettiamo sogni, speranze ed aspirazioni.

Siamo tutti più o meno consapevoli che esso non ci appartenga completamente ed  il  controllo su di esso appare spesse volte vano e superfluo.

Le diverse mitologie non potevano non occuparsi di lui e ad esso sono stati dedicati diversi miti e leggende.

Rappresentato ad esempio nelle vesti delle Tre Moire greche, figlie di Zeus e di Temi, dea della Giustizia, e sorelle di Ore, le tre stagioni greche divinizzate.


“Per seconda sposò la splendida Thémis, che generò le Ore (Eunomie, Dike ed Eirene fiorente) che vegliano sulle opere dei mortali; e le Moire, cui grande onore diede Zeús prudente: Cloto, Lachesi e Atropo, che concedono agli uomini il bene e il male.”
[Teogonia di Esiodo, vv. 900-906]


In altra versione esse sarebbero figlie della Notte:


Notte poi partorì l’odioso Moros e Ker nera
e Thanatos, generò il Sonno, generò la stirpe dei Sogni;
non giacendo con alcuno li generò la dea Notte oscura;
e le Esperidi che, al di là dell’inclito Oceano, dei pomi
aurei e belli hanno cura e degli alberi che il frutto ne portano;
e le Moire e le Kere generò spietate nel dar le pene:
Cloto e Lachesi e Atropo, che ai mortali
quando son nati danno da avere il bene e il male,
che di uomini e dei i delitti perseguono;
né mai le dee cessano dalla terribile ira
prima d’aver inflitto terribile pena, a chiunque abbia peccato. 

[Teogonia di Esiodo, vv. 211-222]


 

moire

Esse, abitatrici dell’Ade, tessitrici della vita, decidevano al momento della nascita il destino di ogni uomo e da esse dipendevano le “trame” dell’Universo cui anche gli Dei stessi erano assoggettati:

Cloto (dal greco “io filo”), la più giovane e benevola, filava lo “stame della vita”;

Lachesi (dal greco “ho dalla sorte”) girava il fuso stabilendone la lunghezza;

Atropo (dal greco “inesorabile, immutabile”), la più anziana ed inflessibile, con lucide cesoie inesorabilmente  ne recideva filo.

In ambito romano troviamo le tre Parche le quali traevano i propri attributi dalle Moire greche.

In area germanica le Norne, dall’antico norreno norn, “[colei che] bisbiglia [un segreto]“, erano anch’esse tessitrici di un destino inevitabile posto al di sopra del mondo degli stessi Dei.

In questo gruppo di divinità femminili si potevano riconoscere Norne benevole, che accorrevano alla culla di un eroe per predisporgli un avvenire felice, e Norne ostili, dispensatrici di una sorte sventurata o di morte.

Come nel caso delle Moire e delle Parche, anche da questa folta schiera di dee ne emergono tre, come ci ricorda l’Edda poetica in questi versi:

“Da lì provengono ragazze molto sagge,

tre vengono dalle acque sotto gli alberi;

la prima si chiama Urðr, Verðandi la seconda,

squarciano il cielo, Skuld la terza.

Esse fan le leggi, il coro della vita,

decidono il destino dei neonati.”

(Edda poetica –  Norak Odal – Völuspá – Profezia della Veggente, camera 19)

Urðr,destino“, la più anziana, sbrogliava la matassa dei fili della vita; Verðandi (dal verbo verða, “divenire“), dall’aspetto di donna, era responsabile della lunghezza del filo e del destino ad esso sotteso, nonchè del numero e della complessità dei nodi a simbolo delle difficoltà dell’esistenza; infine Skuld (“debito“, “colpa“), la più giovane, dall’aspetto di fanciulla, assegnava un preciso compito ad ogni essere umano ed era inoltre colei che decideva quando recidere il filo.

Il Destino non poteva non essere menzionato anche nel nostro “libro a fogli sparsi” e all’Arcano numero X compare la Ruota del Fortuna.

Fortuna è sinonimo di Sorte e fino al Rinascimento la stessa veniva raffigurata come una dea Bendata che, manovrando una ruota simile ad un timone cui erano legati degli uomini, a simulare il salire e scendere delle fasi della vita, evidenziava la cecità della stessa nella distribuzione delle sorti.

FORTUNA VISCONTO


Questa ruota, archetipo del destino, macina tutto.

Nel suo eterno movimento che tutto muove, eccetto il suo Centro, da una parte esalta una cosa e dall’altra ne precipita un’altra.


Simbolo dell’Universo, del mondo spazio-temporale e del suo eterno movimento, ricorda il simbolo del Sole, ossia un cerchio che gravita attorno ad un punto  anch’esso fisso.

Rapportandola alla psicologia analitica ci ricorda come la Psiche sia un flusso in continuo movimento di energia che ruota attorno ad un centro impalpabile che Jung chiama il , ossia quel centro ordinatore dell’intera energia psichica in cui viene abbracciata quell’interezza conscia ed inconscia dell’individuo.

L’Io, per contro, assimilabile ai raggi della ruota che partono dal centro per giungere  all’esterno della stessa sul punto di contatto con il mondo materiale, diviene  il riflesso fenomenico del Sé e simbolo della forza lavoro necessaria per consentire a quel centro fisso di fare esperienza nella materia.

La ruota infatti ottimizza la conversione dell’energia in lavoro e quindi consente il passaggio da ciò che potenzialmente potrebbe essere e ciò che diviene reale e tangibile.


L’obiettivo è dunque ritornare a quel Centro per trovare la vera essenza delle cose e di noi stessi, e ricongiungersi con quel impulso che spinge a divenire ciò che si è consentendo di compiere il proprio destino.


Siamo quindi predestinati o possiamo scegliere il nostro destino?

Sul piano fisico e materiale, a meno di arrendersi al flusso naturale delle cose che ci consentirebbe di compiere il nostro destino, potremmo ritrovarci in situazioni di loop, di circoli viziosi in cui un individuo, impigliato nella ruota della propria sorte, si mangia la coda come nel serpente Ouroboros.

250px-ouroboros

E sul Piano spirituale? Egli, subendo i saliscendi della vita quotidiana e perdendo il senso reale della propria esistenza, rischia di rimanere legato, secondo alcune dottrine, alla ruota del Dharma e al Saṃsāra, con tutte le conseguenze che  ne potrebbero derivare.

Curiosamente il numero dieci deriva dalla somma teosofica del numero 4, simbolo della croce e numero ordinatore del caos  dal quale si dipana la materia.

Non a caso gli elementi alla base dell’universo sono quattro e non a caso nei tarocchi marsigliesi alla dea bendata venne sostituita la Sfinge tebana (termine che nella coscienza linguistica dei Greci viene messo in relazione col verbo σφίγγω che significa strangolare e quindi col senso di strangolatrice), un mostro con il corpo di leone e testa umana, di falco o di capra, e talvolta dotato di ali, simbolo anch’essa dei 4 elementi.

Essa, posta a protezione della città di Tebe e pronta a strangolare o divorare chiunque  non sia in grado di risolvere l’enigma da lei posto, rappresenta il grande mistero della vita a cui l’uomo non sa porre una soluzione e al cui Centro, paradossalmente, vi è l’uomo stesso.

«Esiste qualcosa sulla terra che ha due piedi, quattro piedi e tre piedi
ed ha una sola voce, è l’unico,
tra coloro che si muovono sulla terra, in cielo e nel mare
a cambiare la propria natura, ma quando per camminare usa più piedi
la sua velocità in proporzione diminuisce” (Asclepiade di Tragilo)

xar10.jpg.pagespeed.ic.ztxV4aNaPX

Sempre nei tarocchi esoterici oltre alla sfinge troviamo l’Hermanubis, Dio che nasce dall’unione tra Hermes (mediatore tra l’uomo e il divino) ed Anubi (il dio egizio mediatore tra gli uomini ed il mondo dei morti), e che nella sua risalita si troverà faccia a faccia con la Sfinge. Se non dovesse riuscire a risolvere il mistero dell’uomo si ritroverà nelle sembianze di Tiphon, frutto dell’identificazione fra il Dio egizio Seth ed il mostro greco Tifone, simbolo del regno degli inferi e dunque della materia verso la quale egli ridiscende simbolicamente nella iconografia della nostra ruota.

Esattamente come nel mito greco di Sisifo, colpevole di numerosi misfatti ma soprattutto di aver ingannato ripetutamente Zeus, rischiamo di venire rinchiusi nell’Ade (il regno degli inferi) ed essere condannati ad un’eterna fatica: trasportare sopra una montagna un masso che inesorabilmente ricadrà giù appena toccata la cima.


Tale punizione, simbolo di qualsiasi impresa inutile e destinata a vanificarsi non appena compiuta, potrebbe simboleggiare le fatiche dell’ Io che, impedendo al Sé di scendere nella vita quotidiana, si trova a rincorrere vane imprese che lo allontanano dal compimento del proprio destino.

320px-Sisyphus_by_von_Stuck


Proviamo ora a ritornare alle nostre filatrici del Destino.

La storia della filatura, probabilmente, è antica quanto la necessità dell’uomo di coprirsi e ripararsi dal freddo ed i primi esempi di filatura li abbiamo già nel corso del Neolitico, periodo in cui le fibre venivano lavorate a mano con l’aiuto di un rudimentale fuso a piattello.

Questo primissimo strumento, nel tempo, risultò incapace di sopperire ai bisogni della comunità e, secoli dopo (1210), iniziò ad essere perfezionato, modificato e sostituito da nuove e più efficienti macchine in legno, spesso dotate di una ruota ed un pedale.

Il fuso non è più spinto a mano e viene fatto girare da una ruota che si muove intorno ad un asse orizzontale, collegato al fuso attraverso un cavo di trasmissione.

La ruota è dunque azionata dal pedale che la filatrice muove mentre tiene in mano, o sulla rocca, il materiale da filare.


Mi piace immaginare che le filatrici del destino, grazie al movimento alternato impresso sul pedale, simbolo del dualismo o del binario, generassero attraverso la ruota il movimento circolare, simbolo a sua volta, come già visto, dell’Universo e dunque della vita stessa.



“Se Dio non fosse che uno, non sarebbe mai né creatura né padre; se fosse due vi sarebbe antagonismo e divisione nell’infinito; è dunque trino per creare egli stesso e a sua immagine la moltitudine degli esseri e dei numeri. Così egli
è uno di per se stesso e trino nella nostra concezione.” (E. Levi, Dogme de l’haute magie)

Tre sono le filatrici del destino, quattro gli elementi che compongono la sfinge, due le nature dell’Hermanubis che di fronte ad essa si presenta.

L’universo e le trame del destino si rivelerebbero dunque per mezzo del due; il Binario è l’Unità che moltiplica sé stessa per creare e che si manifesta attraverso il Tre.

Per rendere possibile la luce è necessaria l’ombra, per manifestare la verità si rende necessario il dubbio. Cosi l’universo è bilanciato da due forze che lo tengono in equilibrio: la forza di attrazione e la forza di repulsione. Gli antichi hanno rappresentato queste due forze con il nome di Eros ed Anteros. E’ anche raffigurato nel caduceo di Hermes. La sua realtà scientifica è provata dai fenomeni di polarità.

La Ruota della Fortuna ci pone dunque di fronte al segreto del dualismo che porta ad interrogarsi sul mistero del quaternario e che, risolvendosi con quello del  ternario, ci pone di fronte all’eterno enigma della Sfinge che tutti noi siamo chiamati a risolvere.

Articolo a cura di Njadyr, 7 marzo 2020.
Se questo articolo vi ha incuriosito aiutatemi a condividerlo.

 

Bibiografia

Enciclopedia Treccani

“Le strutture antropologiche dell’immaginario”, Durand G., Ed. Dedalo, 1963

“La sincronicità”, C.G- Jung, Ed. Bollati e Boringhieri, 1980

“La rota magica dei tarocchi”, M. Sadhu, Ed. Mediterranee, Vol. primo, Ed. 2013

“Edda in opera”, Norak Odal, Ed. Psiche2

“I Miti Greci”, Robert Graves, Ed. Longanesi, 1999

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Create a website or blog at WordPress.com

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: