Introduzione all’alchimia, parte I: la Pietra Filosofale

Nelle cose naturali è insita una certa verità che non può essere vista con occhi esterni, ma percepita dalla sola mente. I filosofi ne hanno fatto l’ esperienza e scoperto che la sua forza è tale da far miracoli (…) In questa verità consiste tutta l’arte di liberar lo spirito dalle sue catene, non altrimenti come la mente, già lo abbiamo detto, deve essere liberata (moralmente) dal corpo (…) Come la fede fa miracoli nell’uomo, così questa forza li fa nella materia. Questa verità è la forza suprema, è una inespugnabile fortezza, nella quale è custodita la pietra dei filosofi”. (Dorneus, “Speculativa philosophia”, in Teatrum Chemicum)

La ricerca della Pietra Filosofale.

Chi di noi non ha mai sentito parlare della “apparente folle” opera degli “alchimisti” di trasmutare il Piombo in Oro e i cui trattati, così densi di meravigliose immagini allegoriche e termini dall’oscuro significato, da sempre hanno attratto filosofi e studiosi di tutti i tempi?

Del resto in essi parrebbe essere racchiuso il segreto di tutti i tempi, come rendere l’uomo immortale.

Ed è un dato di fatto che la dottrina di Hermes raccomanda ai propri adepti di trovare dapprima la Pietra Filosofale, senza la quale non si può giungere all’elisir di lunga vita.

Vi comunico, figli della dottrina, che il principio di tutte le creature è una certa natura prima, perpetua ed infinita, che cuoce tutto e domina tutto, e il cui aspetto attivo e passivo è conosciuto e riconosciuto soltanto da coloro cui è concessa la conoscenza dell’arte sacra“. (Dorneus, “Speculativa philosophia”, in Teatrum Chemicum).

Anche il famoso acronimo del V.I.T.R.I.O.L. parrebbe spingere l’uomo alla preliminare ricerca del Lapis Philosoforum.

Tale acronimo, al quale a volte si aggiungevano le due lettere V.M così recita:

Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem (Veram Medicinam),
ossia
“Visita l’interno della terra e troverai la pietra nascosta (che è la vera medicina)”.

La base dell’Opera (Opus) è dunque la materia prima, ossia uno dei più celebri misteri dell’ alchimia.

Che la vera natura della materia prima sia un mistero non dovrebbe sorprenderci se ci fermiamo a pensare che essa rappresenterebbe, ci dice Jung, “la sostanza sconosciuta sulla quale è proiettato il contenuto psichico dell’alchimista“.

Una materia siffatta non può dunque venire specificata in maniera univoca, trattandosi di proiezioni da parte dei singoli individui. Per gli uni la prima materia era l’argento vivo; per altri, il metallo, il ferro, l’oro, il piombo, il sale, lo zolfo, l’aceto, l’acqua, l’aria, il fuoco, la terra, il sangue, il lapis, il mare, la madre, la luna, il drago, il microcosmo, e così via..

Prima di addentrarci sul tema della proiezione, ricordo che la parola “alchimia” è un termine arabo composto dell’articolo al e dal sostantivo Khemi. Questo probabilmente si riferisce all’egitto e il corrispondente termine copto è Khem che significa “la materia egiziana” o “ciò che appartiene all’egitto”.

Supportando questa tesi parrebbe che l’arte alchemica sia derivata da quella saggezza degli Egiziani a cui Mosè, Platone e Pitagora si ispirarono per giungere alla loro illuminazione. Supponendo invece l’origine greca della parola allora la stessa denoterebbe soltanto l’arte chimica.

L’alchimia viene anche definita ermetismo, da Ermete Trismegisto, il Dio Egiziano della Magia e della Saggezza. Si pensi alla leggenda della scoperta della tomba di Ermete Trismegisto da parte di Apollonio di Tiana. In quel sepolcro Apollonio avrebbe trovato un vecchio seduto su un trono con in mano le famose Tavole Smeraldine ed un libro che spiegava i segreti per giungere alla Pietra Filosofale.

Non occorre comunque dimenticare che nell’alchimia occidentale i frammenti ermetici penetrarono soprattutto attraverso gli originali arabi. Un contatto diretto con il Corpus Hermeticum fu possibile solamente nella seconda metà del quindicesimo secolo ossia quando Marsilio Ficino tradusse in latino il manoscritto greco che giunse in Italia dalla Macedonia.

E’ probabile che i vari fini siano coesistiti e che i molteplici alchimisti si siano approcciati in maniera diversa a seconda dei diversi obiettivi; chi in maniera più fisica e chimica, chi in maniera esclusivamente mistica e chi ancora ha tratto da esperimenti chimici dei cambiamenti nei processi psichici.

Nel corpo umano è celata una certa sostanza metafisica, nota soltanto a pochissimi, la quale nel suo intimo non ha bisogno di alcun medicamento, ma è essa stessa medicamento incorrotto”. Questa medicina, dice, di triplice natura: metafisica, fisica e morale. (…) Da ciò, il lettore attento dedurrà che è necessario intraprendere il passaggio dalla metafisica alla fisica, procedendo filosoficamente” (Dorneus, “Speculativa philosophia”, in Theatrum Chemicum)

Che gli antichi sapessero del duplice impatto dell’alchimia traspare anche dal titolo di uno scritto di Democrito attribuito al primo secolo “, il “tam ethice quam physice

Jung ci venne in aiuto quando scrisse che all’alchimista era ignota la vera natura della prima materia e che egli la conosceva soltanto per allusioni. “Tentando di indagarla, egli proiettava sull’oscurità della materia, per illuminarla, l’inconscio”. Dunque per spiegare un mistero proiettava sul mistero stesso il proprio retroscena psichico inconscio che di fatto era un altro mistero.

“Obscurum per obscurius, ignotum per ignotius!”
Tutto ciò era evidentemente un accadimento involontario.
La produzione della pietra trascenderebbe dunque la ragione.

L’effettiva radice dell’alchimia, sempre secondo Jung, andava dunque ricercata non tanto nelle diverse e spesso contrastanti definizioni o nelle concezioni filosofiche alla base, quanto nelle esperienze di proiezione dei singoli indagatori.

Non di rado infatti gli adepti vivevano esperienze psichiche che gli apparivano come un comportamento particolare dello stesso processo chimico.

L’analisi di molti trattati alchemici dimostra infatti come durante gli esperimenti si verificassero delle percezioni allucinatorie o visionarie che “non potevano essere altro che proiezioni di contenuto inconscio” (Jung)

Devi sapere figliolo che il corso della natura è mutato, cosicché senza evocazione e senza esaltazione spirituale, tu puoi veder condensati nell’aria spiriti fuggenti o fuggitivi in forma di diversi animali mostruosi o di uomini che, come nubi, vagano di qua e di la“, Raimondo Lullo

Che gli antichi filosofi sospettassero che nella materia erano proiettati contenuti psichici e che esistesse un intimo rapporto tra la materia e la psiche dell’alchimista emerge da diversi scritti.

Ad esempio nel Liber Platonis Quartorum (in Teatrum Chemicum) si evince che “l’operatore” doveva essere “all’altezza dell’opera” e dunque doveva compiere in sè stesso quel medesimo processo al quale voleva sottoporre la materia: “oportet operatorem interesse operi”.

In virtù della proiezione si stabilisce quindi un’identità inconscia tra la psiche dell’alchimista e la sostanza arcana o trasformante, cioè lo spirito racchiuso nella materia. Ecco perchè sempre nel Liber Platonis Quartorum si raccomanda di usare, come recipiente della trasformazione, l’occiput, ossia la parte posteriore della scatola cranica.

Curioso che la “ghiandola Pineale” si trovi nella parte posteriore del cranio e che la stessa abbia attratto studiosi sin dall’antichità e che alla stessa fossero attribuite proprietà per così dire magiche, fino ad arrivare in epoca più moderna alla visione di Cartesio che sostenne come questa ghiandola fosse la sede principale dell’anima.

Secondo Jung l’anima rappresenterebbe l’inconscio.

Il rapporto con le potenze invisibili della Psiche parrebbe dunque costituire il vero e proprio segreto del magistero e per esprimere questo segreto i grandi maestri di tutti i tempi hanno ricorso alle allegorie.

Tra le allegorie più antiche di cui abbiamo documentazione ritroviamo quella del “drago“, ossia di un simbolo in cui il principio terrestre del serpente e quello aereo dell’uccello si fondono.

Esso rappresenta una variante del Mercurio, ossia del divino Ermete, lo psicopompo per eccellenza, l’essenza divina che si manifestava nella materia; ed ancora l’argento vivo, ossia lo spirito celato o prigioniero nella materia e creatore del mondo; è il serpente che si morde la coda (Ouroborous) in quanto “l’Opus sorge da una cosa e riconduce nuovamente all’Uno“.

Per liberare il Drago, simbolo dunque della materia prima e Quintessenza dei quattro elementi, e perfezionare la Pietra, occorre innanzitutto conoscerlo e comprenderlo. Per fare ciò occorre innanzitutto dissolverlo sottoponendolo ad un processo di decomposizione fino a che le sua rigidità e cristallizzazione vengano portate a zero. Tale corpo, durante le varie fasi, a fronte dei cambiamenti chimici e psichici a cui è sottoposto, acquisirà diversi colori:
– nero, a rappresentare la decomposizione e la putrefazione (opera al Nero o Nigredo)
– bianco, a rappresentare la purificazione della Pietra (opera al Bianco o Albedo)
– rosso, che indica la maturità, il pieno sviluppo e la realizzazione (opera al rosso o Rubedo)

Esistono molti documenti appartenenti alla prima letteratura psicoanalitica sul tema e sul significato del Drago, e gran parte di questo materiale è ben riassunto nella “Psicologia dell’inconscio” di Jung.

In breve il Drago si riferisce alla Libido selavaggia, dunque agli istinti, alla somma di tutta l’energia psichica, ossia quella forza vitale insita in ogni organismo, esistente ad uno stadio grezzo, involuto, inutilizzato, selvaggio e non ancora riconosciuta e utilizzata dalla coscienza.

Aggiungendo lo stato psichico di ansia e paura che avvelena tale energia, ecco come la stessa possa divenire una fonte di danno e pericolo per l’individuo stesso.

Tutto ciò che si trova nell’inconscio e che non riusciamo ad affrontare diviene una proiezione psichica, un qualcosa che la psiche tenta di sopprimere o da cui tenta di scappare e che, a causa di questa repressione, rischia di trasformarsi in un mostro pericoloso. Se invece compreso, accolto e ridotto entro le possibilità di utilizzo esso funge da bestia fedele ed ammaestrata su cui la psiche può cavalcare proseguendo la sua evoluzione spirituale.

L’ analisi dell’ Arcano XI di Crowley, la Lussuria (arcano la “Forza” nel tarocco marsigliese) mostra infatti una donna che cavalca un drago a sette teste a dimostrare di come la “libido” debba essere domata. L’ analisi di questo arcano è profonda e complicata e merita un’analisi ben più approfondita ma il farla ora ci porterebbe lontano dal tema trattato in questo articolo. La lettera cabalistica associata a questo arcano è la thet, il cui significato è, guarda caso, serpente.

lussuria

La forza motrice della vita intellettuale è la “volontà“.
La forza motrice della vita istintuale è la “libido“.
“Amore sotto la volontà” diceva un grande occultista.

I vari concetti primitivi e arcaici relativi al male, al diavolo, a Satana e così via potrebbero rappresentare proprio questa energia psichica non riconosciuta e dunque non inclusa nel campo di azione dell’ego.

L’oscurità, secondo l’accezione psicologica di Jung, corrompe la vera natura dell’uomo fintanto che egli, non conoscendo la psiche inconscia, viene dominato da istinti ed impulsi, che essendo repressi, non possono che risultare confusi e menzogneri. Ne consegue che anche la Mente, per quanto razionale, verrà influenzata negativamente da tale inquinamento.

Diviene dunque fondamentale dissolvere l’intera natura emozionale e mentale.

Così attraverso l’artificio alchemico della putrefazione il materiale grezzo della guaina astro-mentale viene purificato e l’acqua, secondo alcuni alchimisti, diviene vino“.

Israel Regardie, continua poi nel suo “La Pietra Filosofale”, scrivendo che, “curiosamente, la vite ed il vino sono sacri a Bacco, e Bacco, nell’albero della vita cabalistico, viene associato a Tipheret, il centro solare, espressione della ragione illuminata e del Sé superiore e per questo motivo fonte di riferimento di tutte le divinità morenti che insegnano l’immortalità, la resurrezione e la guarigione”.

Ed ecco che il Cristo diviene il redentore degli uomini in quanto simbolo della conquista di Tipheret e dell’incontro con il proprio Sè Superiore.

In questo modo la coscienza glorificata e purificata (la nostra Pietra Filosofale) genera il corpo solare immortale, l’Augoeide. Tale corpo aurico viene così chiamato perché “proprio come il sole, brilla di luce propria e riverbera di una luminosità dorata“. M. Pryse in “Apocalypse Unsealed”

L’Arcano dei Tarocchi la “Temperanza” di Crowley, ridenominato l Arte, il cui sentiero è quello della lettera Samech e che conduce da Yesod (la luna, il piano astrale secondo gli occultisti e l’inconscio secondo Jung) a Tipheret (il Sole, il Sé Superiore, o Santo Angelo custode per alcuni occultisti) rappresenterebbe dunque il matrimonio mistico tra sole e luna, tra psiche conscia ed inconscia e, consentendo la conversazione con il proprio Sé Superiore, permetterebbe di compiere il secondo passo verso “l’asar – un – nefer”, ossia l’ uomo reso perfetto, l’Adam Kadmon dei cabalisti. Basta guardare con attenzione questa carta per scorgere un alchimista che sapientemente miscela acqua e fuoco riunendo dunque gli opposti.

temperanza.jpg

Ma prima che la Coscienza possa raggiungere le alte vette Celesti (il triangolo superno del nostro albero della vita cabalistisco), occorre attraversare l’ Ade (l’abisso, Daath) ed immergersi nell’Anima Mundi degli occultisti (l’inconscio collettivo di Jung) in un processo che sembra inizialmente distruttivo.

Il pericolo sorge quando la coscienza individuale strettamente limitata ma intensamente limpida incontra l’ immensa espansione dell’ Inconscio Collettivo, poichè quest’ultimo ha un effetto decisamente disgregante sulla di lei” (Jung)

Questa specie di disintegrazione schizofrenica volontaria e sotto controllo è proprio ciò che gli alchimisti tentano di riprodurre nel loro primo passo (nigredo) tramite la quale si giunge a comprendere il meccanismo dell’inconscio (il corpo astrale o lunare, ossia “un corpo iridescente dalle tonalità argentee tinte di un viola chiaro e la cui aura è di un blu pallido” – M. Pryse in “Apocalypse Unsealed”).

Fondendosi con l’ Anima Mundi si crea il corpo finale interiore perfezionato, glorificato e completamente restaurato (corpo di diamante) che viene così descritto da A. Crowley:

L’aura dovrebbe essere bene delineata, flessibile, iridescente, cangiante e luminosa. “Una bolla di sapone affilata come una lama dal cui interno sgorga la luce” è stata il mio primo tentativo di descriverla, e nonostante le sue incongruenze non è male. (Magick)

Questo articolo vuole essere una nota introduttiva ad un’ Arte misteriosa, profonda e complessa, per nulla esaustiva e frutto degli studi di una persona in pieno cammino.

Gli alchimisti la descrivevano essere per pochi eletti “essendo le cose essenziali espresse in metafore”, e “diretta solo alle persone intelligenti con il dono della comprensione”. “Gli stolti si fanno accecare da interpretazioni letterali e ricette e cadono in errore“. Ma così è per tutto l’esoterismo. Nessuna cosa è ciò che sembra in apparenza. “Quando si leggono i libri bisogna possederne molti perché un libro dischiude l’altro” e, di lettura in lettura, attraverso la comprensione, si arriva a grandi scoperte.”L’ esercizio dell’ Arte è cosa ardua, la strada più lunga” e “l’ Arte non ha altri nemici all’infuori degli ignoranti” (dal Rosarium Philosophorum ed altri trattati alchemici)

Articolo scritto a cura di Njadyr, 19 aprile 2019

 

Bibliografia

“Psicologia dell’ inconscio”, Jung, Bollati Boringhieri, Torino, 1973 

“Psicologia ed alchimia”, Jung Bollati Boringhieri, 2006

“La Pietra Filosofale”, Israel Regardie, Le Porte di Venezia, 2013

“Dalla Cabala alla Magia” Israel Regardie, CdL, 2018

“Tarocchi di Aleister Crowley”, Berti, Negrini, Tebani, Scarabeo Edizioni, 1998/2010

 

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