Il Tarocco e la Magia del Simbolo

“La vita mi ha sempre fatto pensare a una pianta che vive del suo rizoma: quello che noi vediamo è il fiore, che passa: ma il rizoma perdura”

Carl Gustave Jung

Svegliarsi nel cuore della notte con le immagini ancora ben impresse di strani simboli, mi è capitato centinaia di volte. Il più delle volte quella vivida immagine si è assottigliata al risveglio, altre volte è andata perduta iniziando le normali attività della giornata e in poche altre significative occasioni quelle immagini si sono trasformate, durante lo stato di veglia, in una chiara consapevolezza e comprensione di alcune simbologie occulte.

Sono comunque pressoché certa che anche quelle sfumate immagini simboliche abbiano lavorato all’interno della mia coscienza, portandomi pian piano a salire o scendere determinati scalini dell’ esistenza umana nella sua espressione spirituale, mentale ed animica.

I simboli, d’altronde, sono da sempre l’espressione dei culti religiosi e misterici, dei miti e delle leggende.

Ogni cultura ha espresso lo stesso immutabile concetto attraverso simboli diversi e molte scuole misteriche hanno fatto, ed forse ancora oggi fanno, della comprensione del simbolo l’ insegnamento primario del loro percorso iniziatico.

Esistono moltissimi simboli che vengono usati come oggetto di meditazione, si pensi ad esempio al sistema cabalistico del’ albero della vita o al Tarocco stesso.

I simboli, dunque, diventano mezzi utili per concentrare la mente e per introdurre in essa determinati pensieri. In ambito iniziatico invece l’ adepto vi leggerà i segreti di potenze a lui ignote e verrà guidato nel mondo dell’ Invisibile e dell’Incomprensibile.

Il simbolo dunque ci parla! Ma come può farlo?

Normalmente i simboli sono dei sistemi compositi, come ad esempio l’albero della vita cabalistico già sopra citato. Nel contemplare un tale simbolo composito ci sono delle parti più o meno note, altre parti che ci riportano ad un vissuto ed altre parti meno note o addirittura sconosciute.

La mente si trova pertanto di fronte a concetti che prima neanche immaginava potessero esistere, e seppur non riesce subito a coglierne l’importanza ed il significato, saltando da un concetto noto ad uno ignoto, senza rendersene conto, copre delle distanze.

È come un viaggiatore su un sentiero a lui sconosciuto, di cui conosce solo il punto di partenza e quello di arrivo, che sia costretto a compiere un tragitto forzato.

Probabilmente il nostro viaggiatore non avrebbe mai osato inoltrarsi su certi sentieri se non vi fosse stato obbligato, ma alla fine del viaggio, non solo conoscerà meglio il punto da cui è partito e quello a cui è arrivato, ma avrà imparato a conoscere il sentiero ed il terreno circostante perché, gradualmente, lo avrà esplorato.

Il simbolo dunque ci permette di pensare a cose che prima erano impensabili; riflettendo su una cosa costruiamo concetti su di essa.

Dion Fortune ci dice ad esempio che il simbolo precede la spiegazione e pertanto si può affermare che “ciò che le parole sono per il pensiero, i simboli lo sono per l’ intuizione”. Jung parlando dell’inconscio ci comunica che è infatti proprietà dell’inconscio esprimere sé stesso per immagini e dare rappresentazione delle origini e degli strati più profondi della vita psichica attraverso i simboli.

Il Simbolo evoca dunque delle immagini nella nostra mente; queste immagini però non si evolvono a caso, bensì seguono ben precisi percorsi-associazioni insiti nella Mente Universale, che Jung definì “Inconscio collettivo”.

L’ inconscio collettivo junghiano è dunque costituito da schemi universali, impersonali ed innati che lui definisce “archetipi”.

Già alla fine del 1300 (Johannes von Rheinfelden) si ha notizia che in Svizzera era in uso un gioco di carte nelle cui figure si intravedevano delle allegoria delle condizioni umane.

I Trionfi medioevali in effetti erano rappresentazioni allegoriche delle più comuni vicende umane: amore, morte, giovinezza, vecchiaia, miseria, e così via.

Autorevoli occultisti, successivamente, intravidero nelle lame dei tarocchi dei simboli che avrebbero potuto svelare grandi misteri.

Court de Gebelin vi intravide le trame del processo di creazione ed evoluzione; Jean Baptiste Pitois li identificò con il nome di lame ermetiche suddivisi in “arcani maggiori e minori “, nome che deriverebbe da arca, lo scrigno prezioso costruito da Aronne per custodire le cose più sacre di Israele e i segreti della sapienza ebraica; Eliphas Levi vi sovrappose l’ albero della vita della Qabbalah; Papus, portando avanti l’ origine egiziana dei tarocchi, vi intravide la “Bibbia degli Zingari”, altro archetipo del liber mundi di Thot; e così via fino ad arrivare a teorie più recenti che intravedono nei tarocchi un processo iniziatico evolutivo dell’ uomo.

Fu Edward Waite, massone e membro della Golden Dawn che, abbandonando la ricostruzione pseudo-storica dell’ origine egizia dei tarocchi, diede una definizione moderna degli stessi, definizione che trovo tra l’altro affine al mio modo di vivere, pensare e sentire i tarocchi. Nel suo testo “The Pyctorial Key of Tarot”, egli afferma che “il tarocco incarna la rappresentazione simbolica di idee universali” che toccano trasversalmente le molte e diverse discipline occultistiche di cui lui era esperto: Quabbalah, alchimia, dottrina dei RosaCroce e massoneria.

Qualche anno dopo Jung, nel suo “Simboli della trasformazione”, sostenne una teoria simile a quella di Waite in materia di simbolismi universali introducendo il concetto di “archetipi”.

Waite sostiene dunque che gli Arcani “appartengono al più alto ordine della Verità Spirituale”, che non è “occulta bensì mistica, e che non è possibile comunicarla perché giace all’ interno del proprio Santuario”. I tarocchi, dunque, se è vero che custodiscono misteri rivolti agli iniziati, diventano anche strumenti meditativi i cui simboli permettono di accedere alla propria visione personale fornendo uno stimolo visivo accessibile alla coscienza.

Addentrarsi nel mondo degli arcani significa dunque avanzare nel mondo dell’archetipico, dell’ universale, dell’ immenso.

È possibile rinvenire in essi la creazione dell’universo, il percorso iniziatico dell’ adepto, la caduta e risalita dell’ uomo o il manifestarsi del divino.

È mia ferma convinzione che non sia possibile dare definizioni o interpretazioni univoche alle singole lame, ne tanto meno è possibile individuare un’ unica ed univoca struttura che leghi ogni lama alle altre, in quanto saranno le inclinazioni psicologiche e/o esoteriche e/o spirituali dell’ individuo a definirne le logiche.

Del resto, se nelle carte avessero voluto lasciarci un’informazione univoca, fissa e strutturata avrebbero legato quei fogli sparsi a formarne un testo, ed invece, per la loro inclinazione ad essere usate come carte da gioco, esse tendono ad essere mescolate, distribuite e ridistribuite in un continuo gioco interpretativo e dunque evolutivo.

Dunque che il “gioco” abbia inizio…

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Articolo a cura di Njadyr, 17 dicembre 2018.

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